Riflessione per chi ama (il vino)

di Cristina Fracchia

Premetto che questi pensieri mi sono venuti qualche giorno fa, in occasione della festa di San Valentino. Non per fare la vecchia acida, ma, come tutte le feste con forti risvolti commerciali, questa è una ricorrenza di cui posso fare a meno. Ovviamente molti miei contatti sui social network hanno approfittato di quella giornata per scrivere qualcosa alludendo all’amore per il vino, e come biasimarli? Ma tutto ciò mi ha fatto pensare. Fioriscono ovunque blog enologici, ma alle volte ho la sensazione che si parli troppo di vino, ma che poi quotidianamente non si beva. Mi spiego meglio: esattamente come parlare tanto d’amore (San Valentino, ma non solo) spesso non trova nella vita quotidiana un riscontro reale, così mi sembra di vedere che questo gran parlare di vino non sia supportato, soprattutto, dai dati commerciali. È di pochi giorni fa la notizia dell’ulteriore calo dei consumi di vino nella gdo, segno dunque che esso è un ottimo argomento di conversazione, ma poi quotidianamente la gente beve altro. Perché? Be’, io non ho una risposta, tuttavia a me sembra che in Italia siamo da sempre ottimi oratori, ma non siamo quasi mai in grado di passare all’azione. Come se vivessimo in una eterna adolescenza, rimaniamo invischiati a teorizzare tutto, l’amore assoluto, il vino migliore, il governo perfetto, mentre ogni cosa ci dice che la realtà è ben diversa dai nostri sogni.

Tornando al vino al di là dei discorsi sterili, visto però che i produttori hanno bisogno di vendere penso che debbano prediligere in produzione vini con un buon indice di bevibilità. Cos’è? Quello che ti spinge a bere un altro calice di vino dopo il primo. È vero, non è scientifico, e poi no, non è solo la “beverinità” (oddio, si dice??) nel senso di un prodotto beverino, facile da bere perché poco strutturato, giovane e semplice, ma è quel quid che invoglia a versare altro vino nel bicchiere. La beva o bevibilità dovrebbe essere la priorità per la maggioranza di chi produce, proprio per invogliare a consumare.

Penso, ad esempio, che la maggioranza dei bevitori occasionali, soprattutto tra le fasce dei più giovani, che potrebbero un giorno trasformarsi in abituali, abbia bisogno di vini facili da capire e da bere: alludo ai vini quotidiani, dove sarebbe decisamente meglio la pratica alla teoria, e qui è giusto parlare di vini beverini. Ovvio che non possiamo snaturare un Barolo o un Amarone rendendolo poco strutturato, ma forse si potrebbe renderlo più bevibile. Non sono all’altezza di parlare di pratiche di vigna e di cantina, ma si trovano comunque vini con alte gradazioni alcoliche (intorno ai 14°) e con strutture piuttosto importanti senza che queste ostacolino il desiderio di versarne un altro po’ nel calice. Sì quindi ai vini equilibrati e snelli ma non esili, sfaccettati e strutturati ma non pesanti. Sì ai produttori che hanno voglia di mettersi in gioco e, se il caso, di osare nuove strade senza snaturare il concetto di vino.

 

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