Dolcetto alla riscossa… l’Ovada, per esempio

di Cristina Fracchia

Nel mondo del vino c’è un gran desiderio di rivincita per i vitigni meno noti. Ad esempio, basta aver letto ciò che è accaduto nell’estate appena trascorsa riguardo all’articolo pubblicato sul sito di Slow wine da Giancarlo Gariglio sul Dolcetto e alle risposte che sono seguite dalle principali denominazioni del Dolcetto piemontese.

Per questo, con grande curiosità, domenica scorsa ho partecipato a una degustazione organizzata ad Alessandria sull’Ovada docg, una delle tre denominazioni controllate e garantite a base vitigno dolcetto, insieme con il Dogliani e il Diano d’Alba.

La serata è stata organizzata con la partecipazione del Consorzio di tutela dell’Ovada docg con la finalità di far conoscere le sfaccettature di questo prodotto a un pubblico scelto. La serata è iniziata con la celebrazione della figura di Pino Ratto, produttore ovadese da poco scomparso, nel ricordo di Walter Massa. In seguito ha avuto luogo la degustazione libera di alcune bottiglie delle aziende della zona. Quali siano le caratteristiche del Dolcetto di Ovada, le ha spiegate Paolo Baretta, consigliere del Consorzio nonché produttore, prendendo a prestito le parole di Ratto, poi riprese da Veronelli: “È un vino che ha più profumo, più densità, più gradazione alcolica e più possibilità di invecchiamento rispetto a quello delle Langhe.” Sorvolando sui campanilismi (io sono di Diano), ho trovato l’Ovada un vino molto interessante.

L’elemento geografico discriminante per questa zona è il passaggio del fiume Orba che divide in due parti l’area: sulla riva destra la zona delle terre bianche, ricche di marne calcaree, sulla sinistra la zona delle terre rosse, ricche invece di argilla. La produzione è davvero molto variegata, quasi non è stato possibile dare caratteri comuni ai tanti vini assaggiati. Devo confessare anzi che in alcuni casi avrei anche faticato a riconoscere il vitigno, e dire che mi è arcinoto…ma forse ha ragione Marc De Grazia, ascoltato in una recente degustazione dei suoi vini (Tenuta delle Terre Nere) al Salone del Gusto, quando si arrabbia alla domanda sui vitigni presenti nei suoi vini: alla fine siamo solo noi italiani a dar loro tanta importanza, bisognerebbe invece fare come i francesi, puntare solo sulla zona senza chiedersi altro.

In ogni caso, l’unico elemento che ho rintracciato negli Ovada docg assaggiati è stata la finezza che caratterizza di più quelli della parte destra, mentre quelli nati sulla riva sinistra sono più irruenti. Nonostante non sia riuscita ad assaggiarne molti, ho comunque trovato ottimo quello di Giorgio Ferrari (Ovada docg 2012), di Cascina Boccaccio (2011), di Forti del Vento (2010) e di Rocco di Carpeneto (Losna 2012). In chiusura il privilegio dell’emozionante assaggio di un Dolcetto di Ovada della Tenuta Cannona che incredibilmente aveva 23 anni ed era perfetto. Dopo un sorso di questo vino datato 1991, se ancora credeste il dolcetto un vitigno minore, dovreste velocemente tornare sui vostri passi!

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