Che bello andare a … In Bianco!


di Cristina Fracchia

Eccomi. Sono in ritardo, lo so, ma cercherò ugualmente di raccontarvi ciò che è accaduto lunedì 24 Novembre a Palazzo Carignano, cuore antico e sontuoso della Torino risorgimentale. Vi si è tenuto un evento di cui hanno già parlato in molti sul web: In Bianco, una giornata dedicata alla degustazione dei grandi bianchi italiani e non solo. Io ho avuto la fortuna di partecipare e per questo ringrazio Camillo Favaro in rappresentanza di Artevino, oltre a Fabrizio Gallino e a Gheusis, amici con cui in epoche diverse ho anche avuto la fortuna di avere piccole collaborazioni. Sebbene sia stata presente solo nel pomeriggio, ho degustato (un po’ a singhiozzo per la verità) alcuni prodotti delle 75 aziende presenti, provenienti da tutt’Italia, ma anche da Francia, Svizzera, Germania e Austria. Ovviamente non farò l’elenco di tutto ciò che ho assaggiato (che in tre ore è stato tanto, ma che mi ha permesso comunque di tornare a casa in auto in tutta serenità), ma solo di qualcosa che mi ha colpito.

Cominciamo con un paio di stranieri. Ammetto di non essere preparatissima sui vini esteri, ma so cosa mi piace. Parto (stranamente) da un francese: Michel Bouzereau et fils, azienda della Côte d’Or, che ha proposto il Mersault 1er Cru Genevrières delle annate 2012 e 2007. Chardonnay al 100% nato su suolo calcareo, era già interessante il più giovane, con note minerali e un leggero erborinato al naso, ma il 2007 è stato molto più coinvolgente e interessante, di bella intensità per naso e bocca, minerale di pietra focaia, sapido ma soprattutto di grande pulizia.

Rouvinez, della Svizzera Vallese, ha presentato il Valais Petite Arvine Château Lichten 2013 e 2001. Molto equilibrato il più giovane, ma prevedibilmente più intrigante il 2001, che dagli idrocarburi si evolve verso i sentori dolci di frutta candita e che coccola le papille con gentilezza.

Passiamo agli italiani e come non cominciare dal nord?, la Val d’Aosta, da Grosjean (di cui avevo già parlato qui anni fa), il quale ha fatto assaggiare la sua versione del Petite Arvine, Vigne Rovettaz 2013 e 2009. Mentre il primo aveva la baldanza di una rotante freschezza (ma se ne intravvedeva un’evoluzione interessante), il secondo seduceva con note più avvolgenti, cupe e rombanti.

Per pudore avrei saltato i piemontesi, ma sono costretta a segnalare almeno la 499 Azienda Agricola sita in Camo, con Enigma 2013, interessante moscato vinificato in secco con una permanenza di 7 mesi sulle fecce, che colpisce con sentori che vanno decisamente oltre il suo vitigno, quasi a raggiungere qualche nota di, ehm, pis de chat (ne ho 4, di gatti, e riconosco questo odore…). Vino abbinabile alla cucina orientale o comunque ottimo col pesce crudo.  Altro conterraneo sempre all’altezza delle aspettative è stata l’azienda Ettore Germano, coi suoi due Langhe Bianco Herzu 2013 e 2009, di bel nerbo e carattere il più giovane, e di splendido impatto seduttivo il più vecchio. Grande, come sempre.

Sorprendente è stato il Riviera Ligure di Ponente Pigato Cycnus nelle annate 2013 e 2009, vino che fa solo acciaio, lavorato in criomacerazione con permanenza di 9 mesi sulle fecce dall'azienda Poggio dei Gorleri. Le mie preferenze al più vecchio: minerale, intenso,persistente, sapido e fresco, con una grande struttura.

Chiudo con la Sicilia di Marco De Bartoli e i suoi Grappoli del Grillo 2011 e 2001. Ottimo il naso di quest’ultimo, di fico e frutta gialla, che passa poi alla noce con buona corrispondenza anche in bocca.

Peccato davvero per l’esiguo tempo a disposizione che non mi ha permesso di addentrarmi oltre, certo però nell’insieme mi ha colpito il carattere molto minerale di parecchi vini: forse siamo arrivati alla moda del bianco Riesling-style nelle pratiche enologiche? Dopo anni in cui si cercava la potenza muscolare nel rosso e la leggerezza fruttata nel bianco, siamo adesso al diametralmente opposto: eleganza e finezza nel rosso, forza e carattere nel bianco. Non voglio né sono all’altezza di dare giudizi, ma spero solo che non si tratti di forzature che, per seguire una moda richiesta dal mercato, stravolgano la personalità dei vari vitigni. In fondo (anche) il mondo del vino è bello perché vario!


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