Cos’è l’antropologia alimentare?


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di Lucia Galasso.

"… continua nelle strade polverose dei villaggi rurali, nelle stanze tetre dei caseggiati cittadini, nelle radure nascoste delle giungle dense di umori, nei segreti, sacri distretti dei ristoranti a tre stelle. Ascoltate e lo sentirete: ,o sbattere delle pentole, il tonfo dell'impasto, i colpi del grano. Annusate e lo sentirete: la carne arrostita, il pane appena sfornato, le salse aromatiche… ovunque voi possiate vagare in mezzo a coloro che appartengono al genere umano, li troverete impegnati a preparare cibo, spendere un'enorme quantità di tempo, energia e attenzione sull'attività casalinga che chiamiamo cucinare” (E. Rozin)

Sull'intricato orizzonte dell'enogastronomia è comparsa una nuova figura professionale: non cucina, non degusta (se non per personale piacere), non critica e non recensisce ristoranti e cuochi. Si aggira però curioso in tutti questi ambiti, cercando di confutare tutto ciò che di ovvio trova nella cultura e tradizione alimentare.  E' così che mi piace pensare la figura dell'antropologo alimentare: soggettivamente affascinato dalla storia del cibo e del vino, tanto da non limitarsi a descriverli ma a valorizzare ciò che riteniamo scontato, culturalmente e simbolicamente,  nel piatto. O nel bicchiere.

Perché in fondo l'antropologia è questo, problematizzazione dell'ovvietà.

Così l'antropologo alimentare ha deciso di dedicarsi, anima, corpo e stomaco, a studiare i processi e le dinamiche culturali connessi alla produzione, preparazione e consumo del cibo nelle diverse culture, alla loro storia e, in particolare, ai significati socioculturali a loro sottintesi. La definizione accademica di antropologia alimentare è “Lo studio delle interazioni tra gli uomini e i loro cibi, in un contesto non nutrizionale, che può descrivere i sistemi alimentari con il fine di conoscere i comportamenti alimentari nelle diverse culture” (Ballarini, 2001)

Attraverso l'indagine sul campo (tanto cara a noi antropologi), si raccolgono dati che consentono di contestualizzare l'uso degli alimenti in vari ambiti: economici, nutritivi, epidemiologici, storici, biologici.

Proprio per questa sua peculiarità, l'approccio dell'antropologia alimentare è olistico, interdisciplinare, un continuo dialogare con campi di studio afferenti al suo.

Ciò permette all'antropologo alimentare di leggere e interpretare il quotidiano attraverso la categoria del cibo, dell'alimentazione, della cucina nelle diverse culture, passate e attuali. Ovviamente senza dimenticare la propria!

Fino a qui abbiamo ben illustrato la parte culturale dell'alimentazione, che è indubbiamente predominante nella formazione di un antropologo culturale (tale di base è un antropologo dell'alimentazione), ma considerare solo questo ambito svilisce e limita il suo campo di studi, perché pur non essendo un nutrizionista (professionalità deputata al biologo o al medico), l'antropologo ha bisogno di tener ben presente l'importanza che la biologia riveste nel campo della cultura dell'alimentazione: il cibo riflette, infatti, l'interazione tra la diversità biologica e culturale.

Le singole tradizioni culinarie non sono semplicemente ingredienti casuali messi insieme dagli esperimenti di un abile cuoco. Al contrario, ogni singola cucina riflette la storia evolutiva (biologica e culturale) di un particolare popolo nel far fronte alla disponibilità di piante e animali commestibili, alle malattie più frequenti, alla siccità, alle epidemie. Ecco perché il legame cibo e tradizione è così importante: ci racconta una storia che è scritta nei nostri corpi e nella nostra cultura. Conoscerla ci aiuta a capire i motivi sottesi ai nostri comportamenti alimentari, ai nostri bisogni, alle regole che li contraddistinguono (così spesso legate a prescrizioni di tipo religioso), al legame con il territorio.

Il mio approccio, quale antropologa alimentare, a differenza di quello di altri miei colleghi, non può prescindere dall'interazione esistente tra gene, cibo e cultura.

Questo non mi fa dimenticare l'incomparabile bellezza, la potenza rievocativa di chiave proustiana del cibo, che dinnanzi al rivivere di un'usanza, di una pietanza nel suo contesto, dà luogo, dentro di noi, a una risonanza armonica che scaturisce dal piacere di vedere il segreto, l'origine di una tradizione svelata.

Ecco, il mio lavoro è questo…


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  1. #1 di matilde de pellegrin il 7 marzo 2011 - 14:58

    ..  Grazie Lucia per l'articolo ….   ti interessi di un ambito bellissimo , lo studio antropologico di ogni aspettodell'esistenza umana  ….  è molto   appassionante .
     Complimenti a Gianluca e Francesca ……….ospitate nel vostro blog, belle penne. 

    • #2 di Gianluca D'Amelio il 7 marzo 2011 - 15:05

      Grazie Matilde. Comunque Lucia non è un’ospite … ma è titolare della squadra a tutti gli effetti!!

  2. #3 di Daniela (SenzaPanna) il 7 marzo 2011 - 15:09

    bello!!!
     
    e  l'interazione cibo  psiche?
    :-)

  3. #4 di Lucia Galasso il 7 marzo 2011 - 16:54

    Grazie @Matilde per  i complimenti,  l'antropologia per me è proprio una passione… osservare, interpretare… è una sorta di archeologia culturale che spiega bene il nostro presente :)
    @Daniela… per  l'interazione cibo e psiche c'è molto da dire, appena trovo una brava psicologa con la quale scambiare deduzioni, perchè no?  ;)
    @Gianluca… grazie ;)

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