Una ricetta nel cuore


di Francesco Fortunato

Mia madre era bella, molto bella. Però, per dirla usando un eufemismo molto blando, era alquanto parsimoniosa. Quinta di nove figli, di una famiglia di contadini, usciti dalla guerra poverissimi, era la cuoca di un padre e quattro fratelli la cui fame ricordo essere molto feroce.  Anche in casa nostra i soldi non abbondavano. Gli acquisti erano mirati. Il lusso per noi era la Nutella. Ricordo che se entrava in casa un ladro, avrebbe trovato più facilmente i soldi e i pochi gioielli piuttosto che l'ambitissimo vasetto di sublime crema alla nocciola, nascosto in anfratti che solo la mente diabolica di mia madre poteva immaginare.

Nonostante fossimo vicinissimi al mare, il pesce era un ospite raro alla nostra tavola. Gli spaghetti alle vongole erano un evento; per non parlare di pezzogne, triglie, e spigole, che per noi potevano essere paragonati a fantomatici animali mitologici, talmente remota era la possibilità di mangiarli. Solo una cosa non mancava mai al venerdì, le alici. Il venerdì nel mio paese era giorno di mercato; mi ricordo il pescivendolo che arrivava con l'Ape, lanciava un urlo incomprensibile, e cominciava la guerra di mia madre sul prezzo delle alici. Era una lotta all'ultimo sangue: vinceva sempre mia madre sull'esausto pescatore. Quando era di luna buona la convincevo a comprare le cozze, che adoravo, ma era un evento raro. Le alici venivano preparate fritte o più di sovente in umido con aglio e prezzemolo. Sempre, inevitabilmente, invariabilmente fino all'estate del ‘78.

In quegli anni avevo una zia che aveva un piccolo negozio di frutta e verdura. Era vedova di un fratello di mia madre carabiniere, morto in servizio e, particolare non secondario, era una bellissima donna. Mio nonno ci mandava a turno a passare del tempo con lei. La ragione ufficiale era per darle una mano, quella vera era di controllare che non creasse disonore alla famiglia. Capri era bellissima in quegli anni, ci si sentiva al centro del mondo.

Era il Giugno del ‘78, le morti del terrorismo, le guerre della camorra di Cutolo sembravano echi lontani in quell'angolo di paradiso. Era l'estate di Pablito. La nazionale di calcio in Argentina era l'unico argomento in grado di distrarci dai nostri giochi preadolescenziali. La mattina la trascorrevo a mettere la frutta o la verdura nei sacchetti dei clienti sotto  lo sguardo benevolo di mia zia, oppure consegnando la spesa in ville bellissime, dove facoltose mogli di ricchi industriali del Nord trascorrevano l'inizio di quella calda estate, circondate da bambini viziati e da domestiche esasperate. Il pomeriggio ero libero ed era bellissimo. Ero sempre il primo ad uscire. Pranzavo in fretta. Mi piaceva andare in piazzetta a guardare i turisti che mangiavano granite.

Quel pomeriggio, era la vigilia di Italia Argentina, e non si parlava d'altro. Mi ero seduto all'ombra, sugli scalini del vicolo che affacciava sulla piazzetta. E ad un tratto l'ho vista. Aveva i capelli biondi, poteva avere 16 o 17 anni, infradito, short beige che facevano risaltare l'abbronzatura dorata, delle lunghe gambe e una camicia di lino bianca. Il suo viso era bellissimo non avevo mai visto niente del genere, praticamente un angelo. E' passata davanti a me, ero incantato, lei naturalmente non mi ha degnato di uno sguardo. Non so come mi sono ritrovato a seguirla. Ero come in trance, la guardavo scendere verso il Belvedere, non camminava, lievitava sui sampietrini. Dopo un pò è ritornata verso la piazzetta ed è salita su un mini taxi. Io ho fermato Giovanni, un amico più grande che consegnava i pacchi per conto degli spedizionieri di Marina Grande, chiedendogli  di seguire uno di quei mini taxi che tanto facevano impazzire i turisti. Siamo arrivati ad Anacapri. Lei è scesa, io ho salutato Giovanni e l'ho vista entrare nel portone della casa di Luigi, il ragazzo più antipatico della nostra compagnia. Luigi era ricco, suo padre era un noto ristoratore di Capri, si dava un sacco di arie, ma io adesso avevo una missione: diventare il suo migliore amico.

La partita la davano in notturna ed avevo avuto il permesso di guardarla al bar con gli amici. Come per incanto mi ritrovai seduto accanto a Luigi e c'era anche lei. Si chiamava Sara, era sua cugina, figlia di uno zio emigrato a New York, che aveva fatto fortuna ed era proprietario di una catena di ristoranti italiani. Alle 1 e 35 l'Italia intera impazzì. Paolo Rossi chiuse di tacco un triangolo con Bettega che entrò in area e trafisse con un preciso diagonale Ubaldo Matildo Fillol, il portiere dell'Argentina, regalando un sogno a tutti gli italiani, ma sopratutto permettendo a me di abbracciare la ragazza più bella di tutti i tempi. Fu una notte bellissima, ci sentivamo tutti felici, tutti fratelli. Ricordo che nella concitazione dei festeggiamenti mi capitava di abbracciarla o di sfiorarle la mano: ogni volta sentivo come una scossa, forse per la prima volta nella mia vita capivo cosa volesse dire la parola amore.

Venni invitato a pranzo per il giorno successivo. C'era un problema: dovevo dirlo a mia zia. Mi svegliai prestissimo prima di lei, mi precipitai al negozio, misi fuori tutta la frutta e la verdura e quando arrivò glielo dissi. "Non voglio che frequenti Ciammurri", fu la risposta. Ciammurro è un termine dialettale che vuol dire campagnolo, contadino, ma in particolare è il soprannome con cui gli abitanti della cosmopolita e trendy Capri indicano, in maniera dispregiativa, gli abitanti di Anacapri. Naturalmente non la ascoltai e alle dodici in punto bussavo al portone di Luigi. La casa era bellissima e arredata con gusto. Si pranzava nel patio, sulla piscina. La tavola era piena di ogni ben di dio; polipi, crostacei, frutta. Lei non c'era ed io ne morivo. Ci sedemmo e cominciammo a mangiare, e dopo un po’ venne servito il primo. Nei piatti di ceramica vietrese dai colori vivissimi c'erano gli spaghetti con filetti di acciughe, olive di Gaeta e qualche cappero. Arrotolai gli spaghetti, scarsamente convinto che le alici potessero essere mangiate con la pasta. Misi in bocca la pasta ed ebbi un brivido: ogni ingrediente era perfettamente in sintonia con gli altri con un risultato sublime nella sua semplicità. Contemporaneamente alzai gli occhi, lei scendeva dalla scala esterna della mansarda con un pareo bianco, bella come una dea. Ecco, se mi chiedessero cosa è per me la felicità, non potrei fare a meno di pensare a quel momento.

La sera ci vedemmo tutti insieme. Ci avevo messo due ore per scegliere i vestiti e per pettinarmi. Quando arrivai erano già lì: c'erano i soliti amici, c'era lei e c'era un ragazzo che non conoscevo, un po’ più grande di noi. Mi sedetti sugli scalini, lei mi disse "Come siamo carini stasera". Mi sentii scoppiare il cuore, ero il re di Capri. Spesi tutta la mia paga settimanale per offrirle il gelato e mentre pagavo mi attardai. Ero felice, immaginavo di baciarla, di baciare una ragazza per la prima volta nella mia vita. E fu allora che li vidi: il vicolo, lei appoggiata al muro, la luce crudele della luna e lui che la baciava. Fu il buio.

I dieci giorni successivi trascorsero in fretta, e venne il giorno della sua partenza. Mi salutò con una carezza e un bacio sulla guancia, come si fa con un cuginetto carino ma piccolo. Non sapeva che io morivo per lei. L'inverno successivo fu lungo. Mi facevo preparare la pasta con le alici e contavo i giorni che mi separavano dall'arrivo dell'estate e di lei. Immaginavo camminate romantiche nei vicoli, cercavo di prepararmi le cose da dirle quando l'avrei rivista. ornò Giugno, pioveva spesso quell'estate, Sara non tornò. Non la rividi mai più. E ancora oggi, che sono ristoratore benestante e vivo in un'altra parte del mondo, fra tutte le sofisticate ricette che propongo la mia preferita è sempre la stessa "Le linguine alla Ciammurra"  e quando mi chiedono cosa vuol dire Ciammurra rispondo sempre allo stesso modo: è il soprannome degli abitanti di Anacapri. Ma il mio pensiero sempre, inevitabilmente ritorna a quei momenti, a quell'ebbrezza, a quell'estate. La mia ultima estate spensierata, la mia ultima estate da bambino, la mia ultima estate innocente.


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  1. #1 di Luca Maria Balli il 13 maggio 2011 - 18:20

    Che dire Francesco, scrivi bene quanto Sara cucina!!! (e non è complimento da poco)

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