Descrizione semiseria della degustazione veronese dell’UGM


di Cristina Fracchia

Sono passati già un po’ di giorni dall’edizione 2011 del Vinitaly e solo ora mi accingo a raccontarvi la degustazione interessante e spericolata in cui mi sono lasciata coinvolgere. Qualche settimana prima della manifestazione, si rincorre la voce che a Verona avrà luogo una degustazione assolutamente imperdibile, perciò se si desidera partecipare bisogna assolutamente iscriversi. Riesco a stento a sapere da chi è organizzata e mi viene riferita una sigla: UGM. L’immediato collegamento di idee che prende vita nella mia fantasia è con una setta segreta di viticoltori carbonari, perciò mi metto alla ricerca di qualche informazione sul web. In un batter d’occhio (santo internet!) riesco a sapere dove si svolgerà e a chi scrivere per le prenotazioni. Giuseppe Vaira, il giovane figlio di Aldo, conosciuto personalmente quasi un anno fa, si sta occupando di raccogliere le adesioni via email. Lo contatto e forse, per qualche giorno, sarò il suo incubo: mi iscrivo, poi chiedo di poter seguire la degustazione del mattino anziché quella del pomeriggio, poi lo ricontatto per iscrivere altre due persone…(forse ora Giuseppe ha la mia foto in camera e la usa come bersaglio per le freccette!).

Così arriva il gran giorno: è mattina, sono appena le 11, e il padiglione del Piemonte è già caldissimo. Io sono in attesa di un’amica, nonché collega, e sono contenta di poter contare sulla sua presenza, perché quella sigla misteriosa significa Union des Gens de Métier. Confesso subito la mia poca dimestichezza col francese: appartengo alla generazione in cui a scuola era prevista la scelta di una sola lingua straniera e io avevo optato per l’inglese! Perciò la aspetto, mentre sotto il naso mi sfilano nomi importanti del giornalismo enologico tutti diretti alla nostra stessa meta.

Finalmente arriva Monica e ci catapultiamo nella saletta del piano superiore. Vorrei tenere il posto anche per i due colleghi di Soul&Food (quei ritardatari di Gianluca e di Francesca!!), ma prestissimo ci vietano di farlo, perché il corridoio è colmo di gente che, pur non avendo prenotato, vuole parteciparvi. Ho la sensazione che questa sarà la degustazione del giorno, perché è la prima volta che i produttori dell’UGM sono ufficialmente ospiti in Italia. Mi colpisce il manifesto di questi vignaioli, che recita: “Gruppo di uomini liberi dei mestieri della terra, rispettosi degli equilibri del loro ambiente. Prodotti di terroir giusti e nobili. Diritto all’originalità e alla differenza. L’UGM difende i valori che fondono l’appagamento del corpo a quello dello spirito. Il nostro impegno si nutre dell’amicizia, della passione e della gastronomia”. In effetti la maggioranza di loro sono biologici o biodinamici, ma quel che più mi piace è la rivendicazione del diritto alla differenza, che sento particolarmente mio.

Aldo Vaira (uno dei due italiani facenti parte dell’UGM, insieme a Paolo De Marchi) introduce velocemente il gruppo, anticipando che la degustazione sarà solo una breve pennellata. E io non ho idea effettivamente di ciò che mi attende: una immensa cavalcata di 21 prodotti francesi in meno di due ore. Se mi avessero avvisato, non essendo degustatrice professionista, avrei pensato che sarei presto o tardi stramazzata al suolo dopo la prima dozzina, ma la curiosità di assaggiarli è tanta che, nonostante tutto, riesco a sopravvivere a questa prova di forza (anche se un po’ fiaccata verso il finale).

Dopo il breve saluto di Aldo e del presidente Eloi Durrbach del Domaine de Trevallon, si inizia. E il ritmo è serratissimo. Fatico a stare dietro alla velocità con cui vengono serviti e presentati i vini. Dinanzi a me ho parecchi bicchieri, ma riesco ad apprezzare i loro profumi, che non smettono di evolvere, quando è ormai tempo di svuotare i calici per far spazio agli assaggi successivi, accidenti! Mi sembra di essere una studentessa che non riesce a seguire la lezione perché troppo lenta a prendere appunti (mai avuto questi problemi all’università!). Nell’affanno di cogliere tutte le sfumature, tra i sette bianchi proposti, ne individuo tre da cui sono sedotta. L’Hegoxuri 2008 (petit manseng, gros manseng e petit courbu) del Domaine Arretxea mi conquista il naso coi profumi minerali, floreali e agrumati; il Montlouis sur Loire “Les Choisilles” 2008 (chenin blanc) di Françoise Chidaine mi accarezza le papille con gli agrumi, il miele e la pietra focaia; il Meursault Luchets 2009 (chardonnay) del Domaine Roulot mi fa innamorare sia il naso che la bocca coi suoi fiori e i minerali, eleganza e pulizia allo stato puro (…e dire che i biondi non mi sono mai piaciuti!).

Si passa ai rossi (o dovrei dire ai bruni?) e anche qui sono tre a destare la mia attenzione, nonostante io spesso guardi con sospetto i vitigni internazionali: mi sembrano un po’ quegli uomini che vogliono sedurre tutte le donne a prescindere, usando con tutte gli stessi argomenti! Il Côtes de Bourg Le Chevalier 2006 (cabernet sauvignon, franc e merlot) dello Château Falfas mi sembra un giovane piuttosto interessante, così come il Tour du Pas Saint Georges 2005 (malbec, petit verdot e merlot) dell’omonimo Château dal naso ricco e suadente in bocca, ma il più seducente per me è senz’altro il Rouge de la Bouche du Rhône 2001 (syrah e cabernet sauvignon) del Domaine de Trevallon, vino che ha seri e sicuri argomenti, a partire dall’età che gli consente però di esibire ancora il ribes nero e un nonsochè di oliva, oltre ai terziari di cuoio e smalto. Si finisce poi in bellezza (nonostante io sia ai minimi termini per cogliere davvero tutta la ricchezza di ogni prodotto proposto!) e mi faccio coccolare da un consolatorio Jurançon 2007 (petit manseng) del Domaine De Souch, vino bianco dolce che risuona, come una melodia, di albicocca, miele e agrumi, che cammina in perfetto equilibrio con sapidità e freschezza, e che mi invita come una carezza a farmi coraggio. Perché se sono uscita superstite da questa mattinata significa che posso ancora pensare di essere davvero wonder woman!!


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