Un sabato … coi vini di Ettore Germano


di Cristina Fracchia

È sabato, primo pomeriggio: che fare? Fuori nevischia da un po’ e, anche se devo percorrere solo pochi chilometri, il rischio è quello di non riuscire a rientrare a casa, causa neve, visto che sto in una zona alto-locata (nel vero senso della parola: sto su di un cocuzzolo!). Ma è da qualche settimana che attendo di concedermi un pomeriggio ad assaggiare i vini dell’azienda di Ettore Germano e non intendo più aspettare. Sono le tre del pomeriggio: si va. Guido con prudenza, ma noto che scendendo verso Serralunga d’Alba, la neve si fa via via più rada e decido che è un buon segno. Arrivo senza difficoltà alla sua cantina e Sergio, il figlio di Ettore nonché attuale proprietario, è già lì che mi aspetta. Devo essere sincera: conosco meglio il suo fantastico Alta Langa che non lui, forse per quella riservatezza tutta piemontese (un po’ sua e a volte anche un po’ mia) che, so, alla fine si scioglierà presto.

 

 

E così va in effetti, perché appena arrivo la mia è già evaporata e inizio parlare e a martellarlo di domande, tutta presa dall’entusiasmo: lo sottopongo a questa tortura per un’ora, durante la quale mi faccio raccontare dell’azienda, che ha cominciato ad imbottigliare nell’85 dopo che lui s’è diplomato alla Scuola Enologica di Alba, delle vigne, che si estendono ora su 15 ettari di proprietà un po’ a Serralunga, dove sta il suo nebbiolo, e un po’ a Cigliè (nei pressi di Mondovì) dove nascono i suoi riesling, lo chardonnay e il pinot nero con cui produce il suo Alta Langa, della bottega del vino, di cui è stato presidente per una ventina d’anni, finché non mi propone il giro in cantina, che sarà coronato da una serie di assaggi. Come dire di no?? I locali non sono grandi, ma bastano alla sua produzione di centomila bottiglie e, seguendolo per un percorso tortuoso nel quale da sola mi sarei persa, arriviamo alla sala degustazioni.

 

 

Ormai è nota la mia difficoltà nell’apprezzare gli spumanti, metodo classico o charmat che siano, ma il suo Alta Langa è invece uno dei rarissimi che riesco a godermi: sarà il mio spirito di lealtà sabauda che spinge verso il vino indigeno (e dell’alta langa, poi, dove affondano le paterne radici), fatto sta che son felice di assaggiare le sue bollicine. Sergio mi apre un 2010 che non è ancora in commercio (sì, perché l’Alta Langa prevede una lavorazione di 30 mesi) e, in effetti, non mi sembra ancora pienamente armonico, poi stappa un 2009: il naso è composto e mineralissimo, pieno e pulito in bocca. Squisito, esattamente come mi aspettavo. Il suo Alta Langa davvero non mi delude mai. Mi chiede se continuare sui bianchi o passare ai rossi e, senza indugio, rispondo “rossi!”, saltando così a piè pari due vini di cui poi mi pentirò.

 

Mi versa un Langhe Nebbiolo 2011 (nebbiolo al 100%), con un ragguardevole 14° di alcol svolto, ma non me ne accorgo: ha una beva piacevolissima, quasi una bibita, e va giù come l’acqua. In più ha un naso fioritissimo e in bocca è un equilibrio assai riuscito di freschezza e tannicità. Da bere a secchi. Promosso a pieni voti.

 

 

Passiamo poi ai vini importanti. Eccoci al Barolo Cerretta 2007, che invecchia in piccole botti di rovere francese per 24 mesi: si propone con sentori di viola, erba, liquirizia, vaniglia e tabacco, ma il palato è ancora abbastanza aggredito dai tannini. Sono un po’ perplessa: il naso è decisamente evoluto rispetto alla bocca. Sarà l’annata 2007 che offre vini già pronti o la lavorazione in barrique a rendermi tentennante? Forse entrambe le cose, ma Sergio mi ha capita e mi stappa un Barolo Lazzarito riserva 2006…nel giro di dieci minuti mi sciolgo come un ghiacciolo al sole e in quel bicchiere comincio a sentire qualunque profumo: spezie, erbe aromatiche, cuoio, terra, foglie secche…e chi più ne ha più ne metta! Qui non si scherza più e…io sono in sollucchero! La bocca è sempre importante e i tannini non ancora completamente ingentiliti, ma, diciamolo, il 2006 è un’annata più tradizionale e per palati più classici, inoltre il Lazzarito ha una macerazione di 60 giorni sulle bucce e invecchiamento in botti di rovere da 2000 litri. Vedendomi in brodo di giuggiole, Sergio opera un paio di rabbocchi al bicchiere (oddio, devo tornare a casa e nevica e ho giusto sgranocchiato due grissini…fortuna che reggo bene l’assorbimento dell’alcol nonostante il mio peso). Nel frattempo altri ospiti si uniscono alla degustazione e non mi sottraggo all’idea di infilare il naso nel bicchiere del Rosanna 2010, un metodo classico brut rosè di nebbiolo al 100%, e del Langhe bianco Nascetta 2011, prodotti che regalano entrambi finissimi profumi, ma…ahimè, dopo il Barolo il mio palato non reagisce più.

 

Mi congedo con la prospettiva di tornare a provare questi due vini e Sergio, che mi ha inquadrata a dovere, mi promette una verticale di Lazzarito alla prossima visita…pensate che mancherò??


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