Josetta Saffirio, un’azienda vinicola sospesa tra sostenibilità e magia


di Cristina Fracchia

Fin dalla prima volta in cui il navigatore mi ha portata all’azienda Josetta Saffirio, facendomi percorrere strade improbabili, ho avuto la sensazione di essere capitata in un territorio magico, nonostante si trovi a pochi chilometri da dove vivo. Quando poi ho realizzato che l’immagine simbolo della cantina è uno gnomo, ho pensato che fosse davvero perfetto.

In questo fantastico Altrove ho trovato Sara Vezza ad aspettarmi: una giovane, produttrice ormai di quarta generazione, e innamorata della propria terra. “Ho frequentato il liceo classico e mi sono laureata in Scienze della Comunicazione, ma se avessi scelto una strada lavorativa diversa, avrei tradito il legame che sento con queste colline”. Un legame nato sin da piccola, proprio grazie ai racconti di famiglia, che indicavano nei boschi vicini il luogo dove sorgevano le case degli gnomi. Con uno di essi Sara intrattiene una sorta di “carteggio” negli anni dell’infanzia, chiedendo poi in adolescenza ai genitori di non rivelarle la reale identità di questo personaggio, in modo da mantenere intatta e incantata la sua parte bambina.

Il rapporto con la terra è rinsaldato anche dai genitori, che contribuiscono a far sorgere in lei il desiderio di produrre: la madre di Sara, Josetta, è laureata in agraria e insegna, il padre, Roberto, è enologo presso un’azienda storica, la Marchesi di Barolo. Per un periodo, negli anni ‘80, i suoi decidono di vinificare e imbottigliare direttamente dai loro vigneti, anziché vendere le uve come si era sempre fatto, e ottengono risultati molto buoni. Dopo un periodo di pausa, nel ‘97 la famiglia riprende a produrre e lei opera la scelta definitiva di rimanere in azienda, pur continuando a studiare. Laureatasi, prende le redini della cantina, occupandosi personalmente della comunicazione, della parte commerciale, delle scelte agronomiche e delle iniziative culturali, mentre il papà segue la produzione.

Qualche anno fa Sara si sposa con un produttore di Serralunga e diventa mamma a sua volta di tre bimbi e nella sua mente si fa forte l’importanza della sostenibilità per lasciare una mondo pulito alle generazioni future: per questo da due anni la produzione aziendale di 25-30.000 bottiglie ricavata dai loro 5 ettari è biologica, per questo è stato costruito un impianto fotovoltaico al fine di ridurre le emissioni di anidride carbonica, per questo l’azienda utilizza imballi più leggeri e sceglie fornitori che condividano il più possibile questa filosofia “verde”.

Tra i progetti legati alle scelte ecologiche vi è quello di dare vita a un bioparco, scegliendo con oculatezza quali alberi piantare per favorire la nidificazione degli uccellini e di altre specie di piccoli abitanti delle nostre colline, il tutto anche in vista di realizzare dei corsi di formazione per le scuole di ogni ordine e grado a costo zero.

E così, mentre lei mi racconta, degustiamo qualche bottiglia. Ho ben in mente il loro Nebbiolo d’Alba spumante brut rosé metodo classico 2009 (la prima loro produzione di questa tipologia), assaggiato qualche giorno prima, ottenuto da un salasso di Barolo come lei stessa mi racconta. Un vino che, contrariamente alle mie preferenze, ho amato da subito, così delicato, fiorito e agrumato, con un equilibrio perfetto anche in bocca. Sara mi fa assaggiare allora un Langhe doc Rossese bianco 2012, un giovane serio che nelle sue 3000 bottiglie si manterrà ancora per molto: la scelta alquanto singolare del vitigno è dovuta al ritrovamento in zona da parte di altri produttori di viti di rossese che evidentemente al tempo della via del sale erano state portate dalla vicina Ligura, insieme alle acciughe. È comunque un vitigno che si è perfettamente adattato ai nostri terreni, esprime una grande forza e soprattutto ottime potenzialità di goderne ancora e meglio nel futuro. Tra gli altri assaggi effettuati, come potrebbe essere diversamente?, ecco il Barolo docg 2011, che, seppure giovanissimo, promette grandi emozioni tra qualche anno, visto che già ora esprime sentori decisi e intensi di frutta rossa da cui emergono la vaniglia, un tabacco fresco e una lieve liquirizia.

Il pomeriggio trascorre e io non me ne accorgo neppure, come al solito rapita dai racconti di chi ama e vive la terra con tanta intensità. Chiacchierando noto che sui tappi delle bottiglie sono scritte alcune frasi poetiche, quasi come quelle dei Baci Perugina: un’altra idea di Sara che in qualche modo mi conferma la capacità di rendere il vino e il luogo dove si produce idilliaco e magico al tempo stesso.

È l’ora del congedo: saluto Sara con la sensazione che la sua, seppur piccola, sarà nei prossimi anni una cantina punto di riferimento per altre realtà vitivinicole.

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