La Borgogna, il paradiso terrestre


di Gianluca D'Amelio.

A distanza di una sola settimana dal mio articolo sullo Champagne, eccomi di nuovo qui a parlare della Francia, ma questa volta prometto che non insinuerò dubbi sulla grandeur francese, anzi sarà un articolo apologetico dove magnificherò la forza dei cugini d’oltralpe. E lo farò parlando della regione più bella in assoluto: la Borgogna.

La prima volta che sono stato in Borgogna, è stata anche l’ultima. Non perché non valesse la pena tornarci, ma perchè purtroppo la vita già è talmente breve che non riusciremo mai a fare tutti i viaggi che vogliamo. Figuriamoci se dovessimo tornare nei posti dove siamo già stati.

Correva l’anno 1998, io ero un giovanissimo appassionato di vino, fresco di corso da sommelier. Se qualcuno mi avesse chiesto di descrivere la mia immagine di paradiso, l’avrei rappresentato esattamente come la Borgogna. Un’immensa distesa colorata dal verde dei vigneti, dove ogni tanto si incontra un castello o un tranquillo paesino fiabesco, pieno di cantine e di ristoranti. Una terra di prodotti di eccellenza, dal manzo dello Charolais, ai polli di Bresse, ai formaggi cremosi come lo Chaorce e l’Epoisses. Ma il prodotto tipico per eccellenza della Borgogna, noto ancor prima che la Francia si convertisse al Cristianesimo (che per la cronaca è avvenuta nel V secolo d.c.) è senza dubbio il vino.

Ma attenzione a non considerare la Borgogna come unica regione vinicola, perché commetteremmo un’imprecisione, in quanto si tratta in realtà di una regione che comprende numerose e importanti zone vinicole, di cui alcune decisamente diverse tra loro. La più famosa è la Côte d’Or, che comprende la Côte de Beaune a sud e la Côte de Nuits a nord, dove regnano lo chardonnay e il pinot noir. È proprio nella Côte de Nuits che si trova Vosne-Romanée, un piccolo e insignificante paesino dove sono concentrati i vini più costosi del mondo.

Ricordo che avrei voluto acquistare una bottiglia di Romanèe Conti, il cui prezzo all’epoca si aggirava intorno al milione e mezzo di lire più il costo di altre 11 bottiglie (non propriamente economiche) che eravamo costretti ad acquistare se volevamo il prezioso vino. Mia moglie non me lo permise, era una pazzia secondo lei. L’avessi acquistata oggi avrei un capitale di almeno diecimila euro, ma avrei anche una moglie in meno perché mi avrebbe piantato lì, in mezzo al pinot noir. Però purtoppo oggi mi rimane, oltre alla moglie, soltanto il ricordo di questa foto e il ricordo di una grande emozione.

Ma lasciamo stare i rimpianti e torniamo alla nostra Borgogna, precisamente nell’altrettanto famosa zona dello Chablis, forse il miglior vino bianco del mondo, sicuramente inimitabile. Qui è lo chardonnay a far da padrone, grazie al terroir di argilla calcarea che conferisce al vino quei sentori impossibili da riprodurre in qualsiasi altra parte del mondo.

Scendendo un bel po’ verso sud troviamo la zona del Beaujolais, dove il gamay – un vitigno mediocre in tutte le altre parti del mondo – dà luogo ad un vino di freschezza inimitabile, grazie ad un terreno sabbioso e argilloso, su un substrato di granito. Poi ci ha pensato il Beaujolais Nouveau (una sorta di vino novello) a rovinarne un po’ l’immagine, ma pare che negli ultimi anni i produttori stiano abbandonando questo tipo di produzione e si stiano impegnando a produrre un vino più dignitoso.

La Borgogna non finisce qui, e soprattutto non è solo vino. Ricordo quando per la prima volta ho provato l’esperienza di mangiare la fondue bourguignonne, che sono dei pezzettini di carne di manzo che vengono cotti uno alla volta con la forchettina allungata, direttamente a tavola in una pentola contenente olio bollente, con sotto la fiammella sempre accesa. La carne appena cotta viene poi immersa in una delle tante salse che vengono proposte, e mangiata. Un piatto di indubbia convivialità.

Insomma, per chi ama il vino e la gastronomia, la Borgogna è una regione che offre spunti di interesse infiniti, e almeno una volta nella vita andrebbe visitata. Anzi, una volta e basta.


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