La spesa americana


di Cristina Fracchia.

Come si faccia a sopravvivere negli Stati Uniti senza la nostra cucina per me rimane un vero mistero. Nella mia vita ho avuto il grande privilegio di poter viaggiare per poco più di un paio d’anni con mio marito, girovagando per gli Stati Uniti. Lui ci andava per lavoro, io per piacere.

 

Ricordo ancora il primo viaggio, in New Mexico, con un misto di euforia e spavento. Euforia per i luoghi che vidi, paesaggi inconsueti ricchi di fascino, come le terre aspre e montagnose dove nelle riserve ancora vivono i pellerossa. Spavento, ovviamente, per la loro cucina. Anzi, ora che ci penso, cucina è davvero un termine troppo ricercato.

 

Non mi riferisco alle grandi città, come New York o Boston, e neppure alla Florida o alla California, dove comunque i latinos hanno portato la loro cultura culinaria, ma se si parla della provincia americana, diciamolo, il cibo è solo sopravvivenza. Fu allora che compresi perché sulla tavola degli americani compare sempre la Coca-Cola: è l’unico modo per digerire un pasto.


Allora io avevo da poco chiuso il mio periodo vegetariano (12 anni) e ricordo che la bistecca fu l’unico piatto sano che potei mangiare. La nostra permanenza si protrasse per oltre 25 giorni, che io trascorsi agognando il Parmigiano, il prosciutto crudo e tutte le italiche gastrodelizie. Ovviamente ci concedemmo anche qualche cena soddisfacente in ristoranti di lusso, ma mangiare per un mese consecutivo in certi locali non era nelle nostre corde. Nelle cucine dei ristoranti locali meno ricercati probabilmente affissero la mia foto con la scritta “beware of her” (attenzione a lei): ero il terrore delle cameriere perché chiedevo sempre combinazioni differenti rispetto ai piatti proposti dal menù, un po’ come Meg Ryan in Harry ti presento Sally. Loro mi guardavano con un miscuglio di sospetto e timore, poi regolarmente mi rispondevano “Vado a chiedere in cucina se si può”. La risposta, ahimè, non sempre era affermativa.

 

In America esistono catene di ristorazione dai nomi italiani, che promettono piatti del Bel Paese, ma la realtà è ben diversa. In questi posti Italia significa una cucina con tanto aglio su ogni piatto, pasta rigorosamente scotta e dolce, formaggio grattugiato in ogni dove, olio di dubbia origine (forse del motore) e nulla più. Allora mi salvai andando spesso nei ristoranti messicani, dove però il rischio è la monotonia, considerato che in tutti i piatti (o quasi) compaiono come per magia il riso, i fagioli e il guacamole.

 

Andò meglio il secondo viaggio, dove per la sopravvivenza mi portai una punta di Parmigiano Reggiano (alla faccia della dogana americana, che vieta di importare cibi freschi). Al terzo viaggio, o giù di lì,  scoprimmo l’esistenza di catene alberghiere che davano la possibilità di avere stanze con l’angolo cottura, fornito anche di padellame vario. Fu l’inizio di una serie di trasferte fortunate, perché la sera si cenava decentemente.

 

 

Ricordo ancora con un moto di ilarità l’espressione sorpresa della cassiera di un supermercato in Arkansas, quando mi stilò il conto della spesa (che comprendeva, fra le altre cose, anche una piccola bottiglia d’olio d’oliva cara come il fuoco, qualche pomodoro, basilico e aglio per un sughetto, oltre alle uova, al latte e a qualche verdura fresca). Subito dopo esclamò: “Oh, all fresh food!!”. Dovevo essere la prima cliente a memoria d’uomo a non comprare alcunché di surgelato, precotto, pronto o preconfezionato. Un collega di mio marito, che era negli Stati Uniti da un mese, una sera venne a cena nella nostra stanza e si commosse quasi fino alle lacrime per un piatto di pasta e una frittata.

 

Questo è dunque il miglior consiglio che posso dare a chiunque intraprenda un viaggio lungo verso gli States: cercate una stanza con angolo cottura e un supermercato fornito dove trovare cibo italiano di nome e di fatto (attenzione, la fregatura è dietro l’angolo perché spesso la merce non è originale); se poi cercate dell’acqua minerale dovete essere concentratissimi per evitare di acquistare acque demineralizzate (buone solo per il ferro da stiro) o, peggio ancora, aromatizzate alla frutta. Scordatevi il pane, o per lo meno quello che piace a noi buongustai, magari fatto con la pasta madre e caratterizzato da una bassa acidità. Potrete cavarvela con la pitta integrale greca confezionata e passata nel fornetto per il toast.

Per il resto, lascio a chi partirà il piacere della scoperta!


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