Il McItaly se lo mangi lei, maestro


di Gianluca D'Amelio

Ve lo immaginate Umberto Veronesi a fare la pubblicità per la Marlboro? Oppure Gino Strada a reclamizzare un mitragliatore di ultima generazione? Ecco, è la stessa sensazione che ho provato quando ho saputo che Gualtiero Marchesi ha prestato la sua immagine per firmare due panini e un dessert della catena di fast food McDonald. Il 5 ottobre scorso infatti sono nati, ideati dal famoso chef, il McItaly Vivace (hamburger con bacon, spinaci e grani di senape), il McItaly Adagio (hamburger con melanzane, pomodori e ricotta salata), e il Minuetto (un tiramisù fatto col panettone).

Sicuramente Marchesi non è il primo chef a prestare il suo volto per reclamizzare prodotti o aziende che con la cultura gastronomica hanno ben poco a che vedere. Di esempi ce ne sono tantissimi, come quello dello chef  inglese Marco Pierre White (tre stelle Michelin ricevute diversi anni fa, prima di ritirarsi dall'attività), testimonial del dado Knorr. Oppure quello di Gianfranco Vissani che ha fornito una “ricetta esclusiva”, per la preparazione delle patatine Crik Crok. Non c’è nulla di illegale o di oggettivamente sbagliato, lo so, ma per uno come me per cui Marchesi è sempre stato un punto di riferimento e il simbolo dell’arte culinaria, è stato veramente un brutto colpo.

Chi è Gualtiero Marchesi lo sappiamo tutti, è uno degli chef più famosi e più bravi al mondo. Oltre ad essere stato il primo chef a ricevere le tre stelle Michelin in Italia – che nel 2008 ha addirittura restituito al mittente, contestando apertamente il sistema di valutazione della guida – è stato anche colui che ha lanciato nel nostro paese la nouvelle cousine, ossia quella tendenza che ha cambiato per sempre le abitudini culinarie di tutta Europa. E allora cos’è successo? Perché uno dei più grandi propagatori della cultura gastronomica ha deciso di vendere la sua immagine al simbolo mondiale dell’anticultura alimentare?

La risposta l’ha data lui stesso nelle tante interviste che si sono succedute alla notizia della collaborazione con il colosso americano. L’ha fatto per rendere popolare la grande cucina, partendo dai giovani. C’è da crederci? Certo, perché no, a me non piace fare dietrologia. Rimane il fatto che, pur credendo che non l’abbia fatto per soldi, ha legato il suo nome ad un’azienda e ad una filosofia troppo distante dal nostro mondo, che è fatto di cultura, di tradizioni e di passioni.

Sul suo sito, nella pagina relativa alla fondazione Marchesi, c’è scritto:  “L’estetica ha in comune con l’etica cinque lettere su otto, un piccolo scarto che le rende utili l’una all’altra per evitare che la prima si trasformi in semplice culto, scivolando verso l’arbitrio del bello o del brutto.”

Bella frase maestro, ammesso che oggi abbia ancora un senso parlare di etica.


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