Alla scoperta del Ruchè di Castagnole Monferrato docg, carta vincente dell’azienda Montalbera


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di Cristina Fracchia

Del Ruchè ho un ricordo preciso: una serata in un locale astigiano con una persona che consideravo interessante, lui che ordina al banco anche per me e mi porge un calice di rosso. Allora non avevo registrato le caratteristiche olfattive di quel vino, ma rammento la sorpresa che mi colse il naso quando lo avvicinai al calice. La stessa provata qualche settimana fa, a Castagnole Monferrato, presso l'azienda Montalbera, durante la presentazione dell'annata 2011.

 

 

Il ruchè è un vitigno autoctono dell’astigiano, che per dare vita alla docg (sì, perché dal 2010 ha ottenuto anche l’agognata “g”) può essere prodotto solo a Castagnole Monferrato, Grana, Refrancore, Portacomaro, Montemagno e Viarigi: circa 120 ettari in tutto, dei quali la metà appartiene all’azienda Montalbera. Infatti se si parla di Ruchè a livello di produzione mondiale, il 55% esce da queste cantine. L’estensione dei vigneti di proprietà è davvero ampia: si tratta di 135 ettari di cui oltre 115 a Castagnole Monferrato, 15 a Castiglione Tinella (terra di Moscato d’Asti) e 2 tra Castiglione Falletto e La Morra, in Langa (terra di Barolo), ma la produzione di bottiglie, per ora, si aggira solo sulle 300.000 unità, frutto di una selezione meticolosa.

 

 

L’attuale dinamico proprietario, Franco Morando, ha preso in mano l’azienda di famiglia da circa una decina d’anni e si è dedicato con passione alla ricerca e all’innovazione. Figlio di questi studi e di questo desiderio di novità è il Ruchè di Castagnole Monferrato docg Laccento (selezione vinificata solo in acciaio): per le annate 2010 e 2011 il 5% delle uve sono state appassite sulla pianta, ovvero raccolte in sovramaturazione. Paragonando le annate, questo cambiamento è molto chiaramente percettibile: assaggiando il 2008 e il 2009 ci si accorge di quanto questi vini siano ancora aggressivi e tannici; in particolare il 2009 è sorprendentemente giovane in bocca, mentre al naso si presenta più speziato e meno suadente, se messo a confronto col 2010 e il 2011. Quest’ultimo infatti regala fini profumi di fiori di campo e di rosa, arricchiti da piccoli frutti rossi, ma è in definitiva il 2010 quello più elegante, avvolgente ed equilibrato, che si lascia scoprire raffinato con sentori di fiori secchi, fragolina di bosco e una lieve spezia. Assaggiato a pranzo e riprovato a cena, il 2010 mi ha confermato davvero una bella sensazione carezzevole, gentile e sicura. Un po’ come l’uomo ideale, che sa essere affettuoso, gentile ed elegante, offrendo certezze, non solo a parole.

 


Altro prodotto di questa dinamica azienda, presentato alla stampa ed agli appassionati, è il Barolo docg Levoluzione 2008. Io, ahimè, sono una tradizionalista convinta (anche perché nell’area del Barolo vivo) e dunque non sento nelle mie corde questo vino, che senz’altro ha un suo bel perché. Infatti punta ad essere un vino-frutto, con un approccio più facile anche per i mercati esteri. Ragionando con il marketing manager non gli si può non dare ragione: negli ultimi tempi in generale, sia in Italia che all’estero, ci si sta orientando verso vini meno tannici e meno alcolici, più fruttati e leggeri. Il Barolo Levoluzione segue questa strada, anche perché aspira a farsi apprezzare su nuovi mercati fuori dall’Italia.


Personalmente rimango però dell’idea che Montalbera abbia nel Ruchè la sua arma migliore, sia per farsi conoscere sia per divulgare il verbo di questo vitigno semi sconosciuto, che merita senz’altro più attenzione.


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