Di olio d’argan, di cosmesi e di altre sciocchezze


di Gianluca D'Amelio

Proprio dieci anni fa, di questi giorni, tornavo da un viaggio in Marocco, sicuramente uno dei più emozionanti che abbia mai fatto. Un paese ricco di storia e di cultura, probabilmente sottovalutato e immeritatamente escluso dai classici itinerari turistici. E anche la sua cucina è tra le più buone al mondo. Ancora ho nella mente quei deliziosi tajine, mangiati in improbabili “ristoranti”. Forse chiamarli ristoranti è esagerato, in quanto in realtà spesso si trattava di baracche situate al margine di strade di montagna, con quattro tavolini sudici e un gestore ancora più sudicio (non ho osato vedere, né pensare, cosa ci fosse in cucina, ma lasciamo stare).

È stato proprio in quel viaggio di dieci anni fa che ho sentito parlare per la prima volta dell’olio di argan, e devo dire che l’ho scoperto in modo alquanto curioso mentre percorrevo una tortuosa strada di collina, nel sud del Marocco tra Essaouira e Agadir, a bordo di una Gran Clio noleggiata a Casablanca. La Gran Clio è la versione station wagon della Clio, e in Europa non ha avuto mercato in quanto, dopo la Duna, è forse una delle macchine più brutte del mondo. In uno di quei rari momenti in cui mi sono distratto dalla guida (in Marocco se ti distrai sei finito!), ho scorto in lontananza degli alberi simili all’olivo. Ma avevano qualcosa di strano, come delle grosse macchie nere. Mi avvicino di più e mi accorgo che quelle macchie in realtà erano capre che si erano arrampicate sugli alberi per mangiarne i frutti.  Si trattava dell’Argania spinosa, chiamata comunemente “argan”, i cui frutti vengono utilizzate (oltre che per alimentare capre e cammelli) per produrre il famoso “olio di argan”.

Il modo in cui l’ho degustato è stato ancora più curioso. Sono entrato in una bottega dove vendevano prodotti alimentari, e una graziosa signorina, con in mano una bottiglia di olio di argan, mi ha chiesto se volessi degustarlo. La mia convinta risposta affermativa non si è lasciata attendere, così ho aspettato che versasse il prezioso olio in un recipiente, per poterne apprezzare le caratteristiche organolettiche. Ma non è andata esattamente così. Mi invita a porgerle il dito indice con il polpastrello rivolto verso l’alto, e mi adagia due gocce di olio su di esso. In questa sede non è opportuno raccontare qual è stata la prima cosa che mi è venuta in mente su dove poteva andare a finire quel dito, ma i miei dubbi sono stati subito dissipati dalla simpatica venditrice che mi ha invitato a metterlo in bocca. Lascio immaginare quanto potessero essere pulite le mie mani, dopo una giornata trascorsa in una medina marocchina, a toccare oggetti, stringere mani e maneggiare soldi, ma lasciamo ancora stare.

Certo, non è stato sicuramente il modo migliore per analizzare quel prodotto, ma più che il tentativo di degustazione, mi ha convinto il sorriso della ragazza, così ne ho acquistato una bottiglia, e una volta a casa ho potuto finalmente apprezzarlo in maniera più “scientifica”.

L’olio di Argan, utilizzato nell’alimentazione, oltre a essere buonissimo ha anche delle proprietà benefiche eccezionali. Numerose ricerche hanno dimostrato che ha una significativa incidenza sia in malattie cardiovascolari che in alcune neoplasie. Ma purtroppo nell’occidente questo prodotto è divenuto famoso soltanto nella cosmetica. Io non so quali effetti benefici possa avere sulla pelle e sui capelli, e sinceramente neanche mi interessa, ma provo un forte senso di rammarico nel costatare che un grandioso prodotto alimentare di nicchia, venga utilizzato per scopi diversi e alquanto effimeri.

È un po’ come se l’industria cosmetica cominciasse a produrre saponette con il lardo d’Arnaud, o qualcosa del genere. Ma il made in Marocco non è un marchio potente come il made in Italy, e gli interessi economici delle grandi industrie se ne fregano della cultura. Ed è così che l’olio di Argan è andato a finire nel settore della cosmetica, a imbellettare quelle donne che spendono migliaia di euro l’anno per combattere i sintomi del tempo che passa. Qualcuno potrebbe dire: “meglio lì che negli stomaci delle capre”. Ma io non sono assolutamente d’accordo!


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