Rete, paesaggi ed enogastronomia: quali opportunità sprechiamo


di Cristina Fracchia

Nonostante le mie dimensioni continuino ad aumentare vertiginosamente (per fortuna sono quasi alla fine della gravidanza!), negli ultimi mesi ho dovuto/voluto scollinare in giro per mezzo Piemonte a seguire una serie di corsi di aggiornamento per la formazione continua dell’Ordine dei giornalisti e raggiungere gli ambìti 60 crediti per assolvere agli obblighi imposti. Chi è iscritto all’OdG da più di tre anni sa di cosa parlo: di mattinate o pomeriggi spesi ad ascoltare conferenze spesso noiose e di nessuna reale utilità, cercando di rimanere svegli tra un caffè e l’altro.

Tra quelle a cui ho scelto di partecipare e che riguardavano in genere i rapporti tra i paesaggi Unesco (ricordo che Langhe Monferrato e Roero nel 2014 sono stati inseriti nella prestigiosa lista), l’enogastronomia e la comunicazione, ho assistito con inattesa fortuna ad un intervento davvero interessante, che ha portato finalmente elementi di freschezza in un panorama trito: il relatore in questione è un giovane umanista e ricercatore astigiano, referente di Wikimedia in Piemonte, Stefano Caneva, che il 4 marzo a Canelli ha illustrato “Un sistema efficiente ed integrato nella partecipazione digitale”. Non è mia intenzione riportare per intero il suo intervento, cosa che farei giocoforza in modo incompleto e superficiale date le mie conoscenze della rete non così professionali ed approfondite, ma voglio sottolineare piuttosto gli spunti che Stefano ha suggerito e che andrebbero certamente colti per non continuare a rimanere il fanalino di coda sul web.

Prima di iniziare però, a mio modestissimo avviso, bisognerebbe fare il punto dello sviluppo della rete in Italia. Parlo per esperienza proprio da quelle Langhe tanto osannate e visitate, dove per altro sono nata e vivo: ho pagato per anni a Telecom una bolletta comprensiva di 7 mega promessi, a fronte degli effettivi 0.64 Mbps in download e 0.18 in upload. in pratica un chiodo. Ben vengano allora altri piccoli privati a portare ciò che la grande azienda non riesce a offrire, ma si fa rigorosamente corrispondere.

Detto ciò, torniamo all’intervento di Stefano. Posto che ha ribadito la necessità di applicazioni e siti che abbiano anche la versione inglese (il che mi pare ormai assodato e da parecchio), ha sottolineato il fatto che questi sono solo il punto di partenza. Ormai da anni le vetrine non servono più a nulla, essi devono essere continuamente aggiornati e possibilmente interattivi. Ed è giusto ora che riguardo una app presentata con fierezza ad una di queste conferenze e dedicata ai nostri paesaggi vitivinicoli, che ho scaricato per curiosità, dove la sezione eventi è ferma al dicembre 2015…ecco, a chi serve? Di certo non ai turisti, anche se è rivolta ad essi. Senza parole.

Parliamo ora del nostro livello di crowdsourcing, ossia del grado di sviluppo collettivo dei progetti online, insomma di mettere le nostre conoscenze a disposizione di tutti. In questo caso non solo i piemontesi, ma in genere gli italiani, possono essere ricondotti all’accezione peggiore della definizione dialettale torinese di “bogia nen”, ossia passivi, inattivi e contrari ai cambiamenti. E questo è ben evidente in una serie di progetti elencati da Stefano, dove l’Italia è praticamente latitante.

Iniziamo da WikiLovesEarth, concorso fotografico internazionale a cadenza annuale, che potrebbe essere un buon veicolo per far conoscere meglio il nostro patrimonio Unesco, se solo si presentasse la nostra zona come uno dei territori con cui prendere parte a questo concorso, cosa finora mai fatta.

Continuiamo con WikiLovesMonuments, altro concorso fotografico che si svolge ogni settembre. I soggetti con cui è possibile partecipare sono stilati sul relativo sito web, suddivisi per regione e provincia: si tratta di una serie di monumenti le cui immagini le istituzioni pubbliche hanno autorizzato a pubblicare per questa occasione. A parte il fatto che nell’elenco non ho visto né cantine storiche né vigneti, che potenzialmente possono essere inseriti nella lista (ma forse nessuno lo sa), ho notato la scandalosa assenza della nostra zona Unesco cuneese, mentre sono presenti più massicciamente le province di Asti e Alessandria.

Diamo ora un’occhiata all’expert sourcing, ossia al contributo degli esperti per la conoscenza di aspetti specifici della nostra cultura, per esempio quello dell’enogastronomia on line: forse non tutti conoscono il progetto Europeana food and drink, finalizzato a far conoscere la cultura europea del cibo anche attraverso blog, mostre, applicazioni, libri, itinerari virtuali. Orbene, mentre sono presenti la storia del tè e dei pub inglesi, il cibo in Irlanda o il vino in Grecia, non esiste il minimo accenno all’alimentazione né al vino italiano.

Continuando a parlare di gastronomia, i siti che si occupano di formaggio riconducibili a Wiki sono due: su Cheese Wiki esiste una sezione sui formaggi italiani, ma è decisamente limitata e molte voci sono incomplete, mentre se si naviga sulla parte relativa ai formaggi dei cugini francesi si vedrà che la lista è quantomeno compiuta. Anche se a suo discapito gioca il fatto di essere nato da poco, peggio è ciò che accade sul Cheese Wikia, dove non solo mancano ancora parecchi contributi testuali, ma anche fotografici. Mi chiedo allora: perché i consorzi non se ne occupano? Temo che la risposta sia che in Italia, in generale, non ci si renda davvero conto fino in fondo del potenziale della rete, altrimenti non incorreremmo in queste spaventose carenze o, peggio, gaffe che ci ridicolizzano agli occhi del resto del mondo. D’altra parte ricordiamo ancora tutti un paio di anni fa la disastrosa figura fatta col portale Italia.it che avrebbe dovuto aprire le porte al turismo internazionale, vero? Per amore di cronaca, il sito esiste ancora, ma vi invito a visitare la sezione dedicata all’enogastronomia, che continua, a mio modesto parere, ad essere un’accozzaglia casuale di riferimenti alla nostra eredità della tavola.

Ultima curiosità dedicata, questa volta, al nostro patrimonio enologico: su Wikimedia Commons le uniche fotografie dell’uva barbera presenti sono immagini di viti californiane, insomma sono state scattate a Los Angeles, che non è esattamente la culla originaria di questo vitigno.

Ora, al termine di questi virtuali colpi allo stomaco e al nostro amor proprio, non resta che mettersi a lavorare seriamente e provare a recuperare il terreno perduto e chi vorrà mettersi in gioco avrà parecchio da fare per colmare i vuoti. Al termine del suo intervento, Stefano ci ha lasciati con una domanda che, a mia volta, rivolgo ai Consorzi di tutela dei vini italiani o comunque a tutti i super esperti del settore: perché non far nascere un sito Wine Wiki dove divulgare la meraviglia della nostra immensa eredità enologica?


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