Retro cucina


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di Marina Betto

Le giacche avevano le spalline, i jeans erano a vita alta e in una Milano da bere apriva il primo fast food “Burghy”, dove si riversavano tutti i giovani paninari in giubbotto di piuma d’oca fino alle soglie dell’estate. McDonald’s sarebbe arrivato alla fine degli anni ‘80 a Roma a Piazza di Spagna tra una marea di polemiche, per il cibo e l’odore che infastidiva la Maison di alta moda di Valentino. I giovani rampanti figli dell’edonismo reaganiano parlavano solo di master e lingue straniere. Al ristorante si ordinavano immancabilmente tre tipi di primi: pennette alla vodka, al salmone o al mais, non ci si poteva esimere da questa scelta, e il vino era un Lancers o un Mateus; nessuno parlava di vitigno, da dove provenisse quel tipo di vino o chi fosse il produttore, bastava pronunciare solo quei nomi per sentirsi intenditori o comunque conoscitori di come, e cosa bisognasse ordinare al cameriere per sentirsi “In”( come si diceva allora). A quelli orientati ad un consumo più nostrano piaceva il Gavi; come dolce trionfavano le crepes al Grand Marnier, la panna cotta e la creme brulé; se proprio dovevi ordinare un aperitivo dicevi “Bellini” (prosecco e frullato di pesca bianca) e l’idea che stesse per iniziare una serata bellissima profumava l’aria.

I primi anni ‘90 si sono snodati sullo stesso nastro del decennio precedente. Caduto il muro di Berlino sembrava che ogni barriera potesse essere ormai abbattuta; tutti andavano dappertutto, bisognava muoversi, conoscere e scambiarsi idee e opinioni. Nascevano i telefoni cellulari della grandezza di un walky  talky con tanto di antenna, ma chi aveva la fortuna di possederlo lo sfoggiava come un prodotto di lusso, che riusciva a fare la differenza. Nei menù trovavamo il risotto alla crema di scampi, il risotto alle fragole e quello al caviale, che si annaffiavano con un Galestro Capsula Viola, o un Turà, un vino frizzantino adatto a tutto; il filetto di manzo era immancabilmente al pepe verde, il tormentone della tagliata giungerà il quinquennio successivo.

La fine del secolo XX sdoganava un connubio che fino a quel momento era stato un tabù: pesce e formaggio, dopo che il palato si è abituato ai sapori agrodolci e speziati di cibo cinese e tex-mex, che ormai nessuno più considera “esotico”. Ma il trend più seguito era rosso, piccolo e turgido come una ciliegia:il pomodoro Pachino. Lo accompagnavamo alla carne, alla mozzarella di bufala, contornato dall’immancabile rucola, si schiacciava sulla pizza,si saltava in padella per condire la pasta, praticamente era onnipresente. La lista dei vini si apriva con un Prosecco, seguito da Muller Thurgau, Falanghina e Franciacorta; il rosso nel balloon era un Nero d’Avola. Si parlava molto di vitigni internazionali, si prediligevano i vini barricati e si guardava oltre che alla Francia, al Sudafrica, al Cile, all’Australia e alla Napa Valley. Tutti vini che si trovavano facilmente al supermercato. L’alba del terzo millennio si apriva con  gli speed date, appuntamenti al buio con diverse persone, in qualche locale modaiolo; non c’era ancora Facebook, ma già si chattava in rete dietro la maschera di un avatar. Si ordinava un mojito e i cd introvabili  erano quelli del Budda Bar di Parigi. Per cena si cominciava a mangiare la tartare di carne e il sushi, che i più facevano finta di apprezzare , ma che in realtà non piaceva a nessuno; si finirà col dire che il pesce crudo in Italia si è sempre mangiato per tradizione, e tutti vogliono una tartare di tonno o di spigola con sale maldon o dell’Himalaya. I formaggi erano una riscoperta e li si accompagnava con marmellata di cipolle e confettura di peperoni o pomodori. Il vino rosso ritrovato è un altro del sud, questa volta pugliese, il Negroamaro, ma il successone era del Gewurztraminer, che per chi non se ne intende il solo nominarlo fa entrare nell’olimpo degli esperti di vino.

In questi ultimi anni abbiamo visto esplodere lo Spritz come preferenza tra gli aperitivi, ma molti hanno cominciato a scegliere un vino di vitigno autoctono; si diffonde come la zanzara tigre il Pecorino, bianco e nostrano. Il dolce per antonomasia è il tortino al cioccolato con il cuore fondente e caldissimo, ma anche il fagottino alle mele con il gelato alla vaniglia è in testa alla classifica, seguito dal tiramisù da asporto, che non è più considerato un dolce casalingo da festa in casa come negli anni “80. Dal 2011 non si fa che parlare di lievito madre, e il pane e la pizza sembrano non venire bene senza questo prezioso elemento; c’è la riscoperta del biologico e nel campo enologico la parola d’ordine è biodinamico e naturale.

Sono fotogrammi tra fine secolo e nuovo millennio, molte cose sono cambiate, ma “bisogna che tutto cambi perché tutto rimanga uguale” diceva il Principe di Salina (da il Gattopardo).    

 

 

Fotografie:

http://www.flickr.com/photos/blunight72/180191076/ (eldorado)
http://www.flickr.com/photos/rbglasson/3487826811/ (lancers)
http://www.flickr.com/photos/rbglasson/3487826811/ (penne)


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