Sar? il cibo biologico a salvarci?


di Gianluca D'Amelio

Sta prendendo sempre più piede, in Italia come nel resto del mondo occidentale, la convinzione che la risposta al cibo spazzatura, nonché all’agricoltura intensiva e all’inquinamento dell’ambiente, sia il cibo biologico. Vediamo quali sono i principali motivi che spingono i consumatori ad attuare questa pratica di acquisto: innanzi tutto c’è la convinzione che il cibo biologico abbia maggiori elementi nutrizionali rispetto al cibo convenzionale; secondo poi, che abbia meno pesticidi; e per ultimo, che sia più buono.

Cominciamo con il primo punto, ossia la convinzione che i prodotti biologici siano nutrizionalmente migliori degli altri, e che facciano più bene alla salute. Di ricerche sull’argomento ne sono state fatte a migliaia e i dati che emergono da esse sono spesso contrastanti. In uno studio effettuato nel 2007 da alcuni scienziati dell'Università di Davis, in California, è stata misurata la concentrazione dei flavonoidi nei pomodori biologici e in quelli convenzionali. I flavonoidi sono degli antiossidanti e antinfiammatori naturali, e svolgono un ruolo fondamentale anche nella prevenzione di numerose patologie; lo studio ha dimostrato che i pomodori bio avevano in media il 97% in più di canferolo, il 79% in più di quercetina e il 31% in più di naringina. Più o meno agli stessi risultati è giunta una ricerca condotta dall'Università degli studi di Roma Tor Vergata, Istituto Nazionale per la Dieta Mediterranea e la Nutrigenomica, pubblicata su European Review Medical Pharmacological Science, che indica "un diverso effetto sull'organismo dei prodotti di origine biologica rispetto ai convenzionali; apportando una maggiore quantità di principi antiossidanti e migliorando lo stato infiammatorio dei consumatori, una dieta basata esclusivamente su prodotti biologici, inserita in uno stile di vita salutare, può garantire un'efficace azione antiossidante, utile per favorire una buona attività metabolica e rallentare i processi infiammatori e cronico-degenerativi".

Perfetto, direi. A questo punto non ci sono più dubbi: il cibo biologico fa più bene di quello convenzionale. Arrivederci e grazie. Semplice, no? D’altronde si sa, è facile dividere il mondo in due categorie: buoni e cattivi, belli e brutti, fortunati e sfortunati, biologico e convenzionale. Dite di no? Avete ragione, non è facile per niente, e guardare la realtà da una sola prospettiva non è mai un esercizio corretto. Andiamo quindi ad approfondire questo argomento cercando, se ci sono, anche le ricerche che smentiscono questa tesi. E senza troppa fatica ci imbattiamo in una rassegna sistematica decisamente autorevole, la Comparison of composition (nutrients and other substances) of organically and conventionally produced foodstuffs: a systematic review of the available literature, fatta dalla Nutrition and Public Health Intervention Research Unit della London School of Hygiene & Tropical Medicine, per conto della FSA, l’agenzia britannica per la sicurezza alimentare, e disponibile anche sul web. Cosa sia una rassegna sistematica ce lo dice il discusso scienziato Dario Bressanini (perché sia discusso non lo so, visto che le sue tesi sono sempre corroborate da precisi studi), su Pane e Bugie (Chiarelettere Editore, 2010): è una categoria speciale di ricerche in cui gli autori fanno il punto della situazione su un determinato argomento andandosi a leggere tutti gli studi presenti in letteratura. Non è una nuova ricerca quindi, ma una rassegna completa di quelle esistenti, che ha lo scopo di evidenziare le differenze nutrizionali tra il cibo biologico e quello convenzionale. Da questa rassegna emerge chiaramente che per la maggior parte dei nutrienti presi in esame – come il calcio, la vitamina C, il potassio ecc – non si ravvisano differenze significative tra le due categorie, tranne che per l’azoto, molto più presente nel cibo convenzionale in quanto utilizzato per fertilizzare i campi.

Per quanto riguarda il secondo punto, ossia l’uso e gli eventuali residui di pesticidi presenti nei prodotti agricoli convenzionali, il discorso è ancora più complicato, ma per motivi di spazio sono costretto a sintetizzarlo. Il limite per l’utilizzo dei fitofarmaci è stabilito dalle leggi nazionali ed europee, ed è fissato a una soglia di sicurezza tale che è assolutamente innocua all’organismo, almeno per le conoscenze che abbiamo oggi. Come ci ricorda il solito Bressanini, recentemente è stato pubblicato uno studio effettuato dall’International Centre for Pesticides and Health Risk Prevention di Milano. Lo studio riporta i risultati delle analisi su 3508 campioni, di cui 266 da agricoltura biologica, effettuate in Lombardia dal 2002 al 2005: “I risultati mostrano come la maggior parte dei prodotti biologici non contengono residui rilevabili di pesticidi. Scendendo nei dettagli, il 27% dei prodotti convenzionali riportava residui di pesticidi. Per 36 campioni (l’1%) i livelli di residui erano superiori ai limiti di legge. Insomma, il 99% dei campioni rispettava le norme e non poneva quindi rischi sanitari per quel che riguarda i livelli di pesticidi. Addirittura il 73% dei campioni non riportava alcun residuo. Diamo spesso per scontato che l’agricoltura convenzionale produca sempre prodotti in qualche modo “contaminati” ma non è così”.

Come abbiamo visto anche la paura dei pesticidi è spesso infondata. Rimane il terzo punto, l’unico a mio avviso meritevole di essere preso in considerazione, ossia che spesso i prodotti biologici sono più buoni di quelli convenzionali. Ma questo è vero solo nei confronti di quelli derivanti da produzione intensiva. Come sappiamo infatti, la produzione convenzionale non è solo quella intensiva, ma ci sono decine di migliaia di agricoltori che svolgono la propria attività con sapienza e con rispetto dell’ambiente e dei consumatori, producendo prodotti ortofrutticoli di elevata qualità.

Mi rendo conto che affrontare questo argomento in poche righe non è semplice, e il mio intento non è sicuramente quello accusare la produzione biologica, visto che io stesso ne sono un consumatore, anche se non in maniera esclusiva. La mia intenzione è quella di insinuare nel lettore il dubbio che la strada dell’educazione alimentare non può passare attraverso le etichette e le certificazioni, ma deve percorrere vie ben più tortuose e insidiose, fatte di esperienza, di sensibilità e di passione. Prossimamente mi imbatterò in un altro tema, quello dei “chilometri zero”, e anche lì cercherò di dimostrare che dietro a questa formula si nascondono dei luoghi comuni non del tutto veritieri. Alla prossima.


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  1. #1 di alberto guidorzi il 1 febbraio 2012 - 13:34

    Infatti mangiando germogli di semi biologici non più tardi di sei mesi fa sono morte 41 persone e 800 sono rimaste menomate perennemente.
     
    Come la mettiamo con la truffa testé scoperta del cibo biologico certificato ma non tale.
     
    Come ci si può fidare di una filiera i cui certificatori si assicurano lo stipendio in base alle quantità certificate?

  2. #2 di lucilla ardissone il 24 settembre 2012 - 18:54

    il problema di noi consumatori è che dubitiamo ormai di tutto. Io uso prodotti bio perchè quello che sento ogni giorno mi fa rabbrividire, specialmente cio che accade nella mia regione(campania), ma se devo essere sincera, nutro dei dubbi anche sul bio e non per i prodotti quanto per le terre su cui vengono coltivati. Vorrei piu spiegazioni sulle etichette che troppo spesso danno indicazioni imprecise o frammentarie

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