Verduno Pelaverga, una giovane passione


di Cristina Fracchia

È notizia di pochi giorni fa la scoperta che la molecola del rotundone sia quella che dona al vino il sentore speziato, soprattutto quello di pepe. Non dubito che la scienza debba interessarsi anche alle componenti odorose del vino, ma alla fine quel che interessa all’appassionato è ciò che il vino sa raccontare, ciò che gli sussurra all’orecchio, la poesia che esala dal bicchiere.

Il rotundone mi ha indotto così a ricordare il primo incontro con un vino davvero poco conosciuto della mia zona, le Langhe.

Avevo 20 anni, su per giù, e mi era capitato all’improvviso un invito a cena da un amico per me molto speciale. Non ricordo esattamente come andò la questione, ma decidemmo di infilarci in uno storico ristorante della città di Alba, che di lì a qualche anno avrebbe chiuso per riaprire poi altrove, lasciando noi e l’intero territorio langarolo orfano di un pezzo di storia e di tradizione. Perché il locale non era davvero un ristorante, era più una trattoria con cucina tipica, addobbato con improbabili tendaggi rossi da boudoir, dove si respirava un’atmosfera decisamente retrò sia per lo stile dell’arredamento che per i piatti proposti.

Fu allora che ordinammo anche il vino, anzi che lasciai a lui la scelta. Non sapevo che sarebbe stata una delle poche volte in cui avrei concesso questo compito all’uomo che mi accompagnava. Oggi come oggi, quando vado a cena fuori, approfittando del fatto che sono un’appassionata, la lista dei vini al ristorante, chissà come, finisce sempre nelle mie mani, volente o nolente.

A quel tempo conoscevo già sufficientemente i prodotti della mia zona poiché ero cresciuta giocando (e soprattutto assaggiando anche i vini, di nascosto, alla tenera età di sei o sette anni!) nella cantina di un parente produttore in quel di Diano d’Alba, ma quella fu la prima volta in cui degustai il Verduno Pelaverga.

Da poveri universitari squattrinati ci si poteva permettere poche spese e quando si usciva a cena la scelta dei vini era sempre molto oculata. Mediamente si beveva Dolcetto d’Alba o di Diano oppure Barbera d’Alba, perché i prezzi non erano eccessivi, ma il Pelaverga, pur non essendo particolarmente caro, non mi era mai capitato fra le mani, nonostante il paese di Verduno disti pochi chilometri da dove vivevo e vivo tuttora.

E se è vero, come dice Ovidio, che il vino predispone i cuori alla passione, è altrettanto vero che la passione predispone i cuori al vino. Non so infatti se fu il sentimento per il mio accompagnatore che accese in me l’interesse per questo vino o se fu il vino stesso che rintuzzò la passione per il mio amico. Forse le due cose alla fine si fusero. Sta di fatto che da allora mi interessai maggiormente a questo vitigno, così singolare da essere allevato solo nel comune di Verduno e nei due limitrofi di Roddi e La Morra.

Pochi gli ettari, pochi i produttori, ristretto il numero delle bottiglie, questo vino ha sempre rappresentato una piccolissima fetta all’interno del Piemonte vinicolo, a paragone con le altre ben più note denominazioni della regione. Tuttavia il suo fascino risiede anche nell’origine misteriosa di questo vitigno, che in un primo momento si pensava imparentato col Pelaverga di Saluzzo, ma che si è poi scoperto esserne invece totalmente estraneo.

La mia giovinezza di allora era in piena armonia col vino, che è da bersi assolutamente giovane. Ricordo che mi colpirono i profumi di rosa e lampone, di grande finezza, ma fu poi la lieve spezia pepata del naso a rendermelo così gradito…senza conoscerlo, certamente quel rotundone mi aveva colpito!

Ecco, allora sull’onda emotiva del ricordo, mi accaparro una bella bottiglia di Basadone 2009, del Castello di Verduno. Buffo. La controetichetta mi racconta del significato del nome con queste parole: “Come un bacio, il basadone, (…), risveglia i desideri”. Ecco, allora avevo proprio ragione!

Nel bicchiere è rosso rubino scarico, con delle nuance “cerise”, mentre a solleticare il naso ritorna la rosa, eccome! piena e fiorita. E un po’ di ciliegia fa capolino, insieme a piccoli frutti rossi che occhieggiano qua e là. Ma il pepe nero, quello è lì, a ricordare quant’è suadente questo vino! E lo incontro anche in bocca, a stuzzicarmi la lingua, insieme alla bella e agile struttura del Verduno Pelaverga.

Che fascino questa piccola doc, e che ricordi graditi desta poco a poco nella mia memoria. Vent’anni, un vino, una passione: c’è niente che si amalgami meglio? In effetti in passato questo vino veniva ritenuto afrodisiaco a causa della nota speziata, e comunque (molecola del benedetto rotundone a parte) in fondo anche per me ventenne… senza pepe che passione sarebbe stata?


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  1. #1 di Roberto Giuliani il 29 marzo 2011 - 14:03

    Brava Cristina, il VP è un vino che merita molta più attenzione. Un paio di anni fa io e Alessandro Franceschini gli abbiamo dedicato una giornata piena con grande soddisfazione. Degustazione cieca di quasi tutti i campioni prodotti, con ottimi risultati.

  2. #2 di cristina Fracchia il 29 marzo 2011 - 17:37

    Grazie Roberto,
    sono molto contenta che l'articolo ti piaccia. In effetti il Verduno Pelaverga è una denominazione praticamente sconosciuta, anche perchè la produzione è davvero piccola, però è un vino "di razza" ed è un peccato che non sia debitamente valorizzato.

  3. #3 di Chiara il 30 marzo 2011 - 14:21

    grazie cristina per avermi, con questo articolo, riportato indietro ai miei, di 20 anni….e grazie per avermi fatto scoprire il produttore che cambierà le sorti della mia allergia ai solfiti !!! :-D

  4. #4 di Chiara il 30 marzo 2011 - 14:21

    se poi qualcuno producesse  del verduno pelaverga sarebbe il massimo….

  5. #5 di Cristina Fracchia il 30 marzo 2011 - 18:05

    Grazie Chiara! Pelaverga senza solfiti? Al momento non so, ma ti farò sapere!

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